martedì 8 ottobre 2013

La biodiverisità come risorsa- Modelli di sviluppo sostenibile

La diversità biologica in agricoltura rappresenta un sottoinsieme della diversità biologica generale e si compone della diversità genetica intesa come diversità dei geni entro una specie animale, vegetale e microbica, della diversità di specie, riferita al numero di popolazioni vegetali, animali, in produzione zootecnica e selvatici, e di microrganismi e della diversità degli ecosistemi ossia della variabilità degli ecosistemi presenti sul pianeta Terra.

Le varietà locali sono essenzialmente “antiche popolazioni costituitesi ed affermatesi in zone specifiche, in seguito alle disponibilità offerte dall’ambiente naturale e dalle tecniche colturali imposte dall’uomo. Tali materiali sono dotati di un notevole adattamento e rappresentano interessanti fonti di geni per caratteristiche di qualità e produttività in ambienti marginali. Tuttavia, al di fuori dell’area di origine, le varietà locali spesso non reggono il confronto con le moderne varietà
Il Cilento è famoso per la sua biodiversità.
Tra questa una tipologia molto rilevante è quella relativa alle specie officinali
A livello mondiale, in base all’analisi svolta dalla  FAO emerge una crescita complessiva delle superfici e produzioni per un gruppo di prodotti riconducibili alle piante officinali, tra la fine e l’inizio del decennio 2000-2010. All’interno del gruppo, in particolare, si evidenzia un’espansione sia della base produttiva sia dell'offerta per alcuni prodotti (cannella, altri agrumi - bergamotto, chinotto, cedro, ecc. , papavero, altre spezie come alloro, aneto, zafferano, timo, ecc., anice, tè e pepe). In altri casi, alla staticità delle superfici si associano incrementi delle produzioni che denotano dei processi produttivi più efficienti (menta, peperoncino, luppolo e cartamo).
A livello europeo le statistiche più aggiornate, riferite al 2010, parlano di oltre 36 mila aziende interessate alla coltivazione di “piante aromatiche, medicinali e da condimento” con una superficie di quasi 234 mila ettari; i dati europei mostrano complessivamente un settore piccolo ma in sviluppo, che nel triennio 2007-2010 avrebbe registrato una crescita sia del numero di aziende, sia delle superfici investite, aumentate di oltre il 50%, a fronte di una forte contrazione della numerosità delle aziende agricole totali e una sostanziale invarianza della superficie agricola utilizzata totale.
In questo quadro, si colloca il dato dell’Italia, dove nel 2010, secondo i risultati dell’ultimo Censimento dell’Agricoltura, si contano 2.938 aziende con una superficie investita a “piante aromatiche, medicinali e da condimento” complessiva di 7.191 ettari. Anche nel nostro Paese le statistiche evidenziano una significativa crescita sia delle aziende sia soprattutto delle superfici rispetto al 2007 e anche in confronto al 2000, si osserva una riduzione del numero di aziende coinvolte e il contemporaneo incremento del numero degli ettari investiti. Quest’evoluzione è espressione di una significativa espansione produttiva, che si è caratterizzata per il forte ridimensionamento del numero delle microaziende coinvolte nella coltivazione e per il contemporaneo incremento delle superfici delle aziende medio-grandi. La coltivazione di piante officinali è diffusa in tutte le regioni italiane e quasi ovunque le superfici risultano aumentate rispetto all’inizio del decennio.
Sebbene, quindi, il settore resti caratterizzato da dimensioni produttive molto contenute, l’evoluzione delle strutture agricole nel decennio 2000-2010 mostra una crescita dell’interesse nei confronti di queste produzioni, anche da parte delle aziende agricole di maggiori dimensioni. L’analisi più approfondita dei dati del Censimento 2010 ha consentito di individuare la coesistenza di diversi modelli produttivi tra le aziende coinvolte nella coltivazione di officinali: tra le aziende fortemente specializzate nelle piante officinali sono presenti sia aziende piccole e piccolissime, sia aziende medio-grandi o grandi (con oltre 50 ettari di SAU), rispetto al panorama agricolo nazionale; dall’altro lato, vi è un’ampia gamma di aziende diversificate dove la coltivazione di officinali rappresenta una fonte di reddito integrativa, talvolta associata anche ad un’attività di agriturismo o alla trasformazione di prodotti aziendali. Anche in questo secondo tipo di aziende le coltivazioni di piante officinali appaiono in crescita.
Un trend positivo è infine confermato anche dai dati relativi al settore biologico, da cui risulta una dinamica crescente tra il 2000 e il 2011 delle superfici biologiche o in conversione a piante officinali - ancora una volta a fronte di una stabilizzazione delle superfici agricole bio totali - e una crescita tendenziale del numero di nuove notifiche di operatori biologici di officinali. Tra i dati rilevanti del settore, è certamente da rimarcare il ruolo che all’interno della filiera delle piante officinali riveste la produzione biologica. Nella fase agricola, si può stimare che le aziende biologiche rapportate all’universo censuario, rappresentino il 23% mentre la quota di superficie biologica incida per oltre il 40%.
Di questo si parlerà il 12 ottobre alle ore 10 preso la sede del Grand Tour di Capaccio